46 PER CENTO E SZIOLS, ASSIEME PER VINCERE UNA SCOMMESSA...

A tu per tu con Giovanna Rossi, donna, mamma ed atleta. Abbiamo parlato con lei del suo progetto, chiamato 46 per cento, della sua 'nuova passione', quella per il triathlon, e dell'incontro con Sziols e Davide Beccaro che, primo, ha creduto in lei e nel progetto #primaditutto.

Chi è Giovanna Rossi? Ovvero, come sei arrivata fino a qui?

 

Sono nata nel ’76 e vivo a Reggio Emilia con il mio compagno (Gabriele), 2 figli miei (Margherita e Alberto), una acquisita (Matilde), 5 tenere cavie peruviane (Skin, Rock, Dora, Lizbeth, Tommy) e Chuck, un incontenibile cagnolone di 40 kg che crede di essere un pincher. Non sono un’atleta (non ci sono dubbi!) e fino a qualche tempo fa non potevo neanche definirmi un’appassionata di sport. Forse a ben pensarci neanche ora… mmmm… ora sì! Mi muovo da sempre il minimo indispensabile perché fa bene e mantiene in forma. Per capirci odiavo i giochi della gioventù (febbri improvvise, mal di pancia salvifici mi hanno fatto saltare sempre le competizioni) e raramente non ero l’ultima ad essere scelta quando in palestra si facevano le squadre. Molto raramente. Insomma la classica schiappa, quando si parla di sport e affini. A circa 12 anni, poi, mi hanno diagnosticato una scoliosi abbastanza grave e quindi il mio destino di adolescente è stato segnato dal busto e dalla piscina a vita. Anche lì nessun sintomo di eccellenza, quindi, corsi di nuoto standard due pomeriggi a settimana e via così nella più anonima banalità. Devo ammettere, però, che ho sempre adorato la bici, è sempre stata il mio mezzo di trasporto preferito, inizialmente per necessità e un’indole indipendente, poi per pura passione. Anche in questo caso nessuna velleità “sportiva”, ma tra i piaceri puri e indiscussi della mia vita da sempre annovero quello di pedalare. Sono una mamma (come tante). Ho due figli appunto, Margherita di 10 anni e Alberto di quai 9 ed ho una “step-daughter” Matilde, che 8 anni li ha compiuti da poco. Una cosa a metà tra la famiglia e la comunità infantile, a tratti più simile ad un manicomio. Meravigliosamente impegnativa! Lavoro (come quasi tutti) occupandomi a grandi linee di marketing e affini per una grande azienda italiana nel campo immobiliare e per qualche amico qua e là. Amo il mio lavoro. Amo imparare sempre cose nuove e tenere il passo coi tempi. Ho un passato da giornalista o aspirante tale, oggi come ieri amo tutto ciò che è condivisione e relazione, forse proprio per questo alla fine esiste 46 per cento. Sono invalida (qui siamo pochi, meglio così), a causa della mia scoliosi, che alla fine si è dimostrata progressiva, ma soprattutto di un intervento subìto nel 2008 in cui mi hanno raddrizzato, per quel che era possibile, e poi bloccato con due barre di titanio e una manciata di viti. Nel 2012 ho subìto un secondo intervento per correggere una scompensazione ai danni del sacro. Sono una folle agonista (questo sì) mi piace vincere, mi piace impegnarmi nelle cose fino allo sfinimento, trovare sfide sempre nuove. Fino ad ora mi sono sempre cimentata con lo studio e il lavoro, ambiti in cui la probabilità di salire sul podio era abbastanza alta. Infatti di obiettivi in questi campi, come nella vita, ne ho raggiunti parecchi. E mi posso dire soddisfatta, sempre facendo i conti con tante limiti e scelte che la vita ti mette davanti, ma soddisfatta! Ora però sono qua. A confrontarmi con qualcosa di completamente nuovo e spaventoso a ben pensarci: il triathlon. Ma quando parte una scintilla e il cuore si accende il gioco è fatto, e il mio cuore un anno fa all’alba di una gara si è acceso. E ora batte, tenuto a bada da un cardiofrequenzimetro, per quell’acqua, quella strada, quella meta.

 

Per 'fino a qui', ci riferiamo al progetto 46%: ce lo racconti?

 

46 per cento è il mio grado di invalidità. Ho dodici vertebre bloccate da due barre di titanio ed una ventina di viti. Sono stata operata nel 2008 (e poi nel 2012) per una scoliosi progressiva adolescenziale che mi avrebbe fatto finire sulla sedia a rotelle. I medici mi avevano detto che non avrei più portato la spesa da sola e che non avrei più potuto prendere in braccio i miei bambini, che all'epoca del primo intervento avevano 1 e 3 anni. Ho deciso di concentrarmi su ciò che avevo e non su ciò che mi mancava. Quel 46 per cento è diventato il mio bicchiere mezzo pieno! Da qui è nato il blog in cui racconto la mia pazza avventura nel mondo del triathlon.

 

E l'8 maggio, cosa succederà?

 

L’8 maggio ci misureremo con una staffetta al Challenge di Rimini. Siamo 3 donne “speciali” e il nostro progetto si chiama Prima di tutto. Io non ho mai fatto più di 50 km in bici, Marina sta facendo la chemio e Catia non nuota più da tanto tempo, dopo 3 recidive di un Linfoma non hodgkin. Tutte e tre hanno imparato però che il modo migliore per raggiungere gli obiettivi è crederci, anche quando sembrano impossibili. L’obiettivo primario di #primaditutto è quello di sensibilizzare le donne, ma non solo, nei confronti della prevenzione e, in seconda istanza, di raccogliere fondi per le due associazioni che lavorano insieme ai pazienti, e che hanno aiutato in prima linea Catia e Marina. Si tratta di Grade Onlus (Reggio Emilia) e Loto Onlus (Bologna). Racconteremo la nostra storia sul blog www.46percento.it/primaditutto

 

Spiegaci una cosa, ma perché proprio il triathlon?

 

È stato un colpo di fulmine, inaspettato. Come sempre accade in questo casi. Come sempre accade quando si trova ciò che ancora non sappiamo di cercare. Un’emozione incontenibile… l’idea di una sfida. La fiducia in un sogno. Tutto colpa di Elbaman nel 2014. Ero lì con il mio compagno che partecipava. Lì ho scoperto la magia del triathlon. Ogni partecipante ha una storia, una gara personale, compie l’impresa, al di là del risultato degli altri. Quelli che gareggiano davvero per i primi posti sono una manciata, gli altri gareggiano contro l’avversario più temibile di tutti, se stessi. L’aria che si respira per questo è unica. Gli sguardi che si incrociano indimenticabili. È uno sport straordinario, l’ho capito quel giorno, straordinario è allenarsi per quello sport, oggi lo so. Straordinario ciò che si diventa grazie ad esso.

 

Quale delle tre specialità prediligi? Quale quella nella quale hai più soddisfazioni?

 

Questa è una domanda difficile! Devo dire che dopo un anno in cui partivo da zero su tutto e in cui avevo mille dubbi e timori, oggi posso fare qualche considerazione, ma non saprei dire cosa preferisco. Devo ammettere che il nuoto è la mia fatica principale, questo sì. Ci lavorerò presto per migliorare! Per quanto riguarda la bici, dopo la paura di non riuscire a stare sulla bici da strada, c’è stata la scoperta! In gioventù la bici era il mio mezzo di trasporto preferito, ora ne ho scoperto il senso di libertà, la fatica ripagata dalla strada, la soddisfazione di allenarsi per migliorare. La corsa, poi, è stata sempre la mia bestia nera, la disciplina che nelle mie condizioni era terribile all’inizio. Invece con un allenamento mirato adesso mi sta appassionando davvero molto. Che dire? Se è difficile scegliere si vede che sono proprio nata triatleta! :)

 

Ci racconti il tuo incontro con Sziols?

 

L'incontro con Sziols è stato un segno del destino, é stata la prima azienda che ha appoggiato il mio blog quando ancora non esisteva. Ho sempre considerato i miei occhiali il mio porta fortuna! Devo anche confessare che inizialmente non li portavo perché mi sembravano troppo per me! Poi mi sono decisa e ho capito quanto il materiale d'eccellenza faccia differenza. Utilizzo sia la mascherina da bici che quella da corsa, quando faccio allenamenti combinati lascio quella da bici. Mi trovo benissimo, le lenti permettono di vedere quando c'è una luce modesta e allo stesso tempo oscurano in caso di sole forte. Io non mi chiedo come questo accada, ma devo dire che è una figata! :) poi non si appannano, non passa il vento, che dire... non sono un'atleta ma mi sento un atleta appena mi metto i miei Sziols. Anche le mie socie in questa avventura adesso hanno i loro occhiali Sziols e anche loro, che sono sportive da tempo, mi hanno chiamato subito dopo averli utilizzati la prima volta per dirmi che erano un altro pianeta.